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Pro Loco Seravezza

Corvaia

Abitanti: 205 (censimento 2001)
Chiesa: Santa Maria Assunta in Cielo

 

POSIZIONE GEOGRAFICA

L'attuale abitato, definito in passato Corvaia nuova, si trova ai piedi dello sperone roccioso noto come La Rocca. Tale rilievo è caratterizzato da grandi monoliti sporgenti, dalle forme bizzarra, che assumono nell’interpretazione popolare nomi come “la bocca del lupo”, “il cappuccio”, “il becco d’aquila”, “le quattro fette di polenta”. I massi contengono incisioni e dalle mura del castello e della roccia sono stati rinvenuti reperti liguri.

 

STORIA

L’origine etimologica della località è generalmente ritenuta connessa alla presenza, in passato, di corvi, i quali probabilmente nidificavano tra i recessi della Rocca. Il profilo della rocca, seppure in modo rudimentale, appare su una grossa pietra rinvenuta sul posto, oggi depositata in Palazzo Mediceo, dove sono leggibili 3 grosse torri, 2 delle quali sopra il maschio che si trovava verso nord. Il canaletto alla base del castello può essere interpretato anche come il fiume Versilia. Il castello, a differenza di quanto ritenuto genericamente, non si ergeva esattamente sopra la Rocca, ma in un pianoro tra questa e la dorsale che sale al monte di Ripa, addossandosi alle rocce dello sperone solo in parte. In questo modo veniva a occludere completamente l'accesso alla valle del Versilia, dominando Seravezza.

Il primo signore di Corvaia fu un certo Fraolmo, capostipite del casato dei Fraolminghi: vissuto tra il 905 e il 945, ottenne in livello il feudo delle terre di Versilia da re Aghilulfo. La stirpe Fraolminga discendeva da un'antica consorteria d'origine longobarda, in cui troviamo intercalati, a partire dal IX° secolo, i nomi Guido e Fralmo, poi Fraolmo. Si trattava di una vasta consorteria che nel corso dell'XI° secolo, con l'applicazione della legge salica, acquisirà connotati peculiari e si frazionerà ulteriormente. Fraolmo II, dopo aver ottenuto il titolo di visconte, accumulò estesi beni fondiari anche fuori dai territori versiliesi (pianura lucchese, Val di Serchio, Valdarno). In quello che era chiamato feudo di Massa Versiliae i Fraolminghi costruirono la Rocca di Corvaia, da cui potevano dominare lo sbocco al mare dell'intera Alta Versilia. Per riuscire a controllare meglio quella posizione era però necessario fortificare entrambi i lati della valle. Sorse così un secondo castello, forse coevo all'altro, sull'altura che ancora oggi ne conserva il nome, sopra Vallecchia. Nel frattempo la famiglia si era divisa tra le due consorterie dei Guidi  (Guidinga) e dei Fraolmi (Fraolminga), dal nome, pare, dei due fratelli che si spartirono il feudo, così come le rispettive rocche che da loro presero il nome (Fraolminga-Flaminga a Vallecchia e Guidinga a Corvaia). I visconti di Corvaia, Vallecchia e Montignoso (gli Aghinolfi), erano i Cattani della Versilia, e come tali sono documentati nel 1104.

All’inizio del 1100, Corvaia doveva apparire serrata da potenti mura, che cingevano lo sperone fin dalla sua base, lungo la curva del fiume. In basso vi erano le abitazioni che venivano incendiate per prime durante gli assalti. In alto, tra la Rocca e la dorsale del monte Ripa, si stagliava il castello. Nel corso del XII° secolo Pisa si inserì nel contesto versiliese, interessata ad assicurarsi il controllo dei metalli, del legname e dell'olio in competizione con Lucca: i Nobili di Versilia si schierarono apertamente in favore di Pisa, onde evitare di trovarsi schiacciati tra le due città. La penetrazione lucchese venne facilitata nel 1142 dai contrasti sorti in seno alla consorteria locale, quando i visconti Uguccione e Veltro di Corvaia cedettero in affitto a Lucca una parte del loro feudo. I patti però non vennero rispettati e fu scontro aperto nel 1155 e nel 1158. Nonostante l'intervento di Federico Barbarossa, che mise sotto il controllo di Lucca quella che lui chiamava “Curtem Guidingam, quae Corvaria dicitur”, Veltro rioccupò abusivamente la rocca di Vallecchia, provocando la dura reazione di Lucca, che nel 1169 diede alle fiamme il borgo di Corvaia e tutta la pianura circostante. Tuttavia la contesa tra i nobili versiliesi e Lucca continuò aspramente fino al 1219, quando l'imperatore Ottone IV sciolse ogni impegno versiliese nei confronti dei lucchesi, spingendo i signori di Corvaia e Vallecchia a un patto di unione. Le continue lotte di sopravvivenza nel tremendo contrasto fra pisani e lucchesi logorarono le posizioni politiche dei Nobili di Versilia, solitamente di parte Ghibellina. E, mentre Corso di Veltro di Corvaia e Gherardo di Guido da Vallecchia proseguirono a professarsi cittadini di Pisa, altri della stessa consorteria decisero di passare al partito guelfo di Lucca. Le cose precipitarono quando il podestà di Lucca  Malanotte decise di impadronirsi nuovamente delle fortificazioni versiliesi: nel 1254 il suo successore Prendilaparte distrusse e bruciò quel che restava di Corvaia. Il colpo di grazia pervenne nell'anno successivo per mano del nuovo podestà di Pietrasanta, Guiscardo, che distrusse definitivamente ogni residua fortificazione e trasferì forzatamente gli abitanti nella vicina città appena fondata. Il paese, ormai privo della secolare rocca, si presentava nel 1353 come un piccolo villaggio.

Un tempo c’era nel borgo un oratorio dedicato a S.Andrea, citato fin dal 1220, presumibilmente inglobato nella nuova costruzione del monastero dei Servi di Maria, con annessa una chiesa intitolata alla Madonna delle Grazie (in seguito Maria Assunta in Cielo), i cui solenni festeggiamenti, tenuti il 15 agosto, erano fin dalla fine del Cinquecento, accompagnati da feste e balli campestri. Tale complesso, eretto nel 1515, veniva usato anche come ospizio, costruito su un terreno lasciato da Giovanni Marconi di Seravezza a frate Jacopo da Lucca. Questi, insieme a vari confratelli, tra i quali frate Eliseo, figlio del donatore, costruì anche un convento, aperto nel 1526. Il convento, danneggiato dalle piogge, venne restaurato nel 1626 con il contributo di Maria Cristina di Lorena. Nel 1652 il convento rischiò di essere soppresso da un ordine di Papa Innocenzo X°, ma si salvò per le calde istanze degli abitanti, i quali riuscirono a far valere le loro ragioni sostenendo che non solo il convento rappresentava un certo vantaggio economico per la frequenza nelle scuole di coloro che venivano da lontano, ma che molti benestanti in punto di morte destinavano i loro patrimoni al convento. Nel Seicento vi era un mulino, un frantoio e una bottega di fabbro con gora, ruota e maglio. Nella seconda metà del Settecento la borgata era composta da 49 famiglie; vi erano una bottega di commestibili, una di calzolaio ed una di tintore, due fabbri e cinque telai. Nel 1785  Il granduca Pietro Leopoldo, con la legge della soppressione delle confraternite, fece chiudere il cenobio, nonostante forti polemiche e proteste. Nel 1816 venne tentato di modificare il convento in ospedale generale della Versilia: l'edificio, pur umile d'aspetto, aveva porte, finestre e pozzo in marmo, nella semplice ed elegante architettura del Cinquecento, tuttavia non se ne fece niente. L'intero complesso, in parte poi adibito alla lavorazione del marmo, fu interamente distrutto dai tedeschi il 12 luglio 1944 insieme al paese. L'attuale borgata è stata interamente ricostruita nel 1946 con il piano Unrra-Casa.

 

PERSONAGGI ILLUSTRI

Giuseppe Viti: Nacque a Corvaia nel febbraio del 1908. soprannominato “Venè”,  fu musicista e direttore di molti complessi bandistici, tra i quali quelli di Crociale, Azzano, Forte dei Marmi, Pietrasanta e Capezzano Pianore. Compositore di innumerevoli canzoni (otto solo al Miccio Canterino) e operette (Il garfagnino al mare è la più nota), si distinse anche nei brani folkloristici (molte le “befanate”, alcune cantate ancora oggi).

Sirio Giannini: Nacque a Corvaia nel 1925. All'età di 15 anni, dopo aver frequentato l'istituto tecnico di Seravezza, intraprese il mestiere di meccanico. Fu anche renaiolo nel fiume Versilia e, durante la 2° guerra mondiale, bracciante agricolo nella pianura padana dove era sfollato. Intorno ai vent'anni cominciò a scrivere, interessandosi anche di cinema neorealista, procurandosi la stima e l'amicizia di Cesare Zavattini. Trascorse un'irripetibile stagione culturale, ricca di iniziative e di intense discussioni di letteratura, cinema e politica, soprattutto quando fu eletto assessore del comune di Seravezza. Nel 1949, con il racconto Binario morto, vinse il secondo premio in un concorso indetto dalla rivista bolognese “Sodalizio” e, nel 1951, il premio letterario “Lavoratori apuani” a Marina di Massa. Annoverato dalla critica fra i giovani narratori più promettenti, nel 1953 pubblicò per la Mondadori Prati di fieno, racconti sulla vita dei campi nella pianura padana, con il quale, nel 1956, vinse il premio “Firenze”. Nello stesso anno si aggiudicò il premio internazionale “Hemingway” per La valle bianca, romanzo che racconta il duro lavoro dei cavatori del bacino marmifero delle Apuane, edito ancora dalla Mondadori nel 1958. Altri suoi scritti furono pubblicati da giornali e riviste. Da ricordare il documentario I cavatori, ispirato a una poesia dell'amico poeta-cavatore Lorenzo Tarabella, di cui fu regista e sceneggiatore, premiato nel 1961 al XII “Festival nazionale di Montecatini” per film a passo ridotto. Morì nel 1960 a 35 anni non ancora compiuti in seguito a un'operazione chirurgica subita in una clinica fiorentina. Al momento della scomparsa era in attesa di ricevere dal suo editore notizie in merito al romanzo Dove nasce il fiume, testimonianza viva e palpitante dello spopolamento dell'Alta Versilia, pubblicato postumo.

 

LUOGHI D’INTERESSE

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO

L’edificio è stato eretto su progetto dell’architetto Raffaello Trinci dopo la 2° Guerra Mondiale nel luogo in cui si trovava la precedente chiesa di Santa Maria Assunta o delle Grazie, eretta nel 1522 con l’annesso convento dei Serviti. La Chiesa di Santa Maria delle Grazie e il convento furono distrutti dai Tedeschi il 12 Luglio del 1944 poiché si trovavano in una zona di passaggio della Linea Gotica.

FONTANA DEI SETTE COLOMBI

La “Fontana dei Sette Colombi” si trova in Piazza di Corvaia ed è un’opera d’arte contemporanea dell’artista Rinaldo Bigi: vi sono rappresentati sette colombi in volo e i giochi dei bambini, vuole dare un messaggio di pace e serenità.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Giannelli, Giorgio Almanacco Versiliese, Edizioni Versilia Oggi, 2001-2005, Voll. 1-2 (vedi voci “Cattani”, “Corvaia”, “Fraolminghi”, “Fraolmo”, “Giannini Sirio”).

 


 

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