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Pro Loco Seravezza

Cardoso

Altezza: 250/300 m. s.l.m.
Abitanti: 298
Chiesa: S. Maria Assunta (originariamente anche di S. Rocco)
Patrono: S. Maria Assunta
Eventi e Tradizioni: Festa delle Rose (prima domenica dopo la pentecoste), il gioco della Boccia (la mattina di Pasqua)

POSIZIONE GEOGRAFICA

Il paese è ubicato tra i 250 e i 300 metri circa nell'alta valle del Vezza. Tale località in realtà rappresenta solo la parte di abitato disposta alla confluenza dei canali di Deglio, della Capriola e Versiglia, ma nel corso dei secoli il nome è stato utilizzato, per estensione, anche a indicare l'attigua Vallinventre (o Malliventre, 260 metri circa s.l.m.) e l'Orzale (400 metri s.l.m.) con cui costituiva in passato un unico comunello.

STORIA

L'origine etimologica del paese è da ricercare nel “cardo” della castagna, a indicare una “zona ricca di cardi, caratterizzata da selve di castagno”.

Il toponimo compare per la prima volta in un estimo del XIV° secolo non datato che riguarda specificatamente la Vicaria di Pietrasanta e le Comunità che la componevano: la filza contiene, infatti, un estimo riferito alla “comunità di Cardoso”, con la descrizione di beni appartenenti a dieci “particolari” e alla comunità. In un precedente estimo datato 1377 tali nominativi risultavano comporre la “comunità di Farneta”. Proprio in quegli anni si compie il passaggio di potere tra la secolare comunità di Farneta, collocata nei boschi soprastanti e costituita da casali disseminati intorno alla chiesina di San Leonardo (520 metri s.l.m.) e il nuovo centro disposto alla confluenza dei vari canali che formavano l'alta valle del Vezza. La zona era già stata prescelta, in epoca feudale, come attesta la presenza nell'area del “Forno di Gualingo” (prima metà del Duecento) e l'erezione da parte dei pisani di una torre in loco “Vallivetri” (Vallinventri) nel 1281, con lo scopo di controllare l'estrazione delle sabbie silicee di quei torrenti, grazie a cui era possibile produrre vetro. In un successivo estimo del 1407 Cardoso e Farneta formavano una sola comunità. Costantino Paolicchi descrive i confini riportati in questo estimo: “Dal luogo detto Cerreto, lungo il limite territoriale di Volegno, fino al foro, quindi ascendendo fino al monte Pania, quindi discendendo fino alle Forbici, al confine con Vergemoli vicaria di Gallicano, di qui toccavano, scendendo, Campo Maggiore, Colle di Volaschio e più giù Turrita, Tofanaio e quindi Corniola a confine con Stazzema; risalivano ancora fino al monte Forato, poi andavano all'acqua Versata e fino al luogo detto Piano e giù di nuovo fino al confine con Stazzema e fino al Colle delle Fontanelle, quindi fino a Picchiaia e Senepolli e a ultimo fino al Ponte di Cardoso in prossimità del confine di Volegno”.

Tra il XIII° e il XV° secolo si svilupparono lungo i torrenti Cardoso e Maliventre varie fabbriche per la lavorazione del ferro. Nel Quattro-Cinquecento poi, si trova ampia menzione delle attività di una famiglia, i Vivaldi, lungo la valle, legate non solo alla lavorazione del ferro, ma anche all'attività molitoria (risulta infatti da un estimo che il Vivaldi possedesse un mulino). Il metallo proveniva dalle numerose miniere dello stazzemese, tra cui l'attigua Buca della Vena, già in attività alla fine del Quattrocento. La presenza di mulini presso la valle di Cardoso è documentata almeno dalla fine del Trecento. Fin dal XIV° secolo era conosciuta “la cava della pietra refrattaria per l'uso dei forni fusori”, situata in località Pietrapania nella valle del torrente Cardoso, fra l'abitato omonimo e Malinventre. Queste pietre servivano per foderare i forni nei quali si fondeva la vena del ferro. Secondo il Santini la Pietra del Cardoso veniva utilizzata fin dai tempi dei romani per la copertura dei tetti delle abitazioni e, fin dal medioevo, anche delle chiese e dei castelli dei feudatari di origine longobarda. La prima memoria storica di queste pietre emerge in un contratto del 1438, in cui Niccolao di Lorenzo del Cardoso ne vendé una partita a Filippo Cattaneo di Fivizzano. Dal Cinquecento in poi si parla sempre, in riferimento ad esse, di “pietre refrattarie o pietre da forno del Cardoso”. La Regia Magona ne fece uso fin dalla sua istituzione e Cosimo I de' Medici si interessò a valorizzarne l'escavazione e il commercio.

Nel XVI° secolo troviamo Cardoso e Malinventri unite in un corpo unico, a costituire una delle nove comunità della Vicaria di Stazzema, come attesta lo Statuto datato 12 febbraio 1558 e sottoscritto da 17 capifamiglia del paese. I confini della comunità sono i medesimi riportati dall'estimo del 1407. Nel corso del Cinquecento la comunità di Cardoso ebbe vari dissidi con quelle confinanti, tra cui in particolar modo Fornovolasco, all'epoca sotto il Ducato di Ferrara. Tali vertenze, che riguardavano l'uso dei pascoli del versante garfagnino del Forato, della Costa di Valli e della Costa Pulita, trovarono una conclusione nel lodo stipulato nel 1546 tra i rappresentanti di Ferrara e Firenze. A Maliventre, intorno al 1536, venivano censiti un mugnaio, un maestro di botte, due maestri di cerchi di botte e un fabbrichiere (ossia fabbro e fonditore). Nel 1776, con l'abolizione dei comunelli, Cardoso e Maliventre vennero incorporati nel comune di Stazzema. La piccola comunità contava allora 42 case con altrettante famiglie, per un totale di 195 abitanti, i quali allevavano 42 capi vaccini, 285 pecore, 30 capre e 6 animali neri. Si praticava inoltre l'allevamento dei bachi da seta, la cui produzione ammontava a 780 libbre di bozzoli.

Nel 1789 la Regia Magona acquistò la ferriera del Cardoso, ridotta a distendino nel 1801. Si trattava di una struttura assai modesta, composta da una stanza per il distendino, una per il carbonile e una terza isolata a uso seccatoio. Nel 1836 la struttura fu rilevata da Gazzarini e Gelli ed era ancora in attività agli inizi del Novecento. Ristrutturata da Delfo Battelli, venne adibita a pastificio nel 1922 e funzionò fino alla metà del secolo scorso. Invece l'attività dei mulini di Cardoso andò avanti nel corso del XIX° e XX° secolo: tra quelli in funzione a quell'epoca ricordiamo il Mulino de' Luconi sul canale della Capriola, il Mulin del Baldi sul canale di Farneto, il Mulino del Cinto e quello dei Santarelli, entrambi lungo la Capriola, il Mulino dei Ricci, che raccoglieva con gore in un unico bottaccio le acque del Capriola e del Farneto, il Mulino del Battelli, trasformato poi in un panificio. A Malinventre si trovavano invece il Mulino del Magnani e quello degli Ulivi.

Il paese, per la sua ubicazione, è stato soggetto da sempre a esondazioni e allagamenti durante i periodi particolarmente piovosi. L'alluvione del 19 giugno 1996 però è stato certamente un evento epocale, sia per gli effetti di distruzione sia per la quantità d'acqua rovesciatasi sulla valle in poche ore: quasi 500 millimetri. Una serie di situazioni a monte, tra cui l'incuria del bosco e dei canali posti a mezza costa, ha fatto il resto, precipitando sul paese una quantità di fango e detriti enorme, accompagnata da migliaia di tronchi, divelti o franati in pochi minuti. Le case, sotto questo diluvio, sono state completamente spazzate via, e con esse quelle povere persone (13 tra morti e dispersi) che non hanno fatto in tempo a cercare rifugio nei boschi. Alla sera ciò che restava del fondovalle era ricoperto da circa 7 metri di detriti. I soccorsi scattarono subito con slancio: la gente venne prelevata da elicotteri in parte nel tardo pomeriggio del 19 (una settantina di persone circa), in parte il giorno successivo (circa 200). Nei giorni successivi si scavò senza sosta in cerca dei morti e per rimuovere la montagna di fango che aveva invaso ogni casa. È seguita poi l'opera di ricostruzione, terminata circa 5 anni più tardi, nel 2001.

LUOGHI D’INTERESSE

CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

Su questa chiesa non si hanno notizie certe prima del 4 maggio 1638, data in cui venne effettuata una visita pastorale nella comunità parrocchiale di Pruno. Nella relazione relativa a tale visita si attesta che la Comunità, composta da 600 anime, era divisa in quattro “vicinanze”, ovvero Pruno, Volegno, Cardoso e Malinventre. Vi si trovano, inoltre, notizie relative proprio all'oratorio di Cardoso, da poco costruito sotto l'invocazione di Santa Maria Assunta. L'oratorio è definito “decente” e presenta una sola porta sormontata da un rosone e quattro finestre, due delle quali poste ad occidente nella parte superiore e le altre due nella parte inferiore della facciata, vicino alla porta, munite di inferiate. Vi si celebrava nelle singole festività e la celebrante venivano conferite le elemosine del “Camerario” deputato alla comunità di Cardoso.

Anticamente a Malinventre c'era una chiesa curata e dedicata a san Nicola, poi divenne chiesa curata quella di San Rocco, ad elezione del Comune, nella quale officiava la Confraternita del SS. Sacramento. Di quest'ultima chiesa forniva scarne notizie Francesco Campana, che nelle sue pagine dedicate a Cardoso e Malinventre sembrava ignorare Santa Maria Assunta: “(...) Nel Cardoso vi è una piccola Chiesa col titolo di Vicaria perpetua sotto l'invocazione di San Rocco (…) In detta Chiesa vi è la confraternita del SS. Sacramento che ha entrata annua di £ 60 (...)”. In realtà la chiesa “sotto l'invocazione” di San Rocco, di cui parla il Campana, è la stessa dedicata a Santa Maria Assunta ed è da ritenere che, pur mantenendosi la devozione a San Rocco, sia in seguito divenuta prevalente la dedicazione a Santa Maria Assunta, e già all'epoca del Campana la chiesa era conosciuta col nome della Madonna.

Il 18 luglio 1789 veniva approvata dal governo Toscano la riforma dei Confini ecclesiastici: la parrocchia di Santa Maria Assunta di Cardoso veniva distaccata dalla Diocesi di Lucca e unita a quella di Pisa insieme ad altre nove parrocchie del Vicariato (San Martino di Pietrasanta, San Giovanni Battista e Santa Felicita di Valdicastello e Capezzano, San Salvatore fuori Pietrasanta, Santa Maria Assunta di Stazzema, San Pietro di Retignano, San Niccolao di Pruno, San Sisto di Pomezzana, San Michele di Farnocchia, Sant'Antonio Abate di Palagnana). Passarono sotto la Diocesi di Pisa anche altre parrocchie versiliesi appartenenti da tempo immemorabile alla Diocesi di Luni-Sarzana. Lo scopo di questa operazione di accorpamento, che riguardava anche il passaggio della Diocesi di Pisa a quella di Lucca, era essenzialmente politico e mirava a riunire entro i confini granducali l'autorità civile e religiosa di tutti i sudditi del Vicariato Regio di Pietrasanta, sottraendoli in modo completo e definitivo dall'influenza della repubblica lucchese e del suo clero.

Il 12 agosto 1804, venne invitato l'arcivescovo di Pisa ad emanare un decreto per erigere il fonte battesimale, vista la supplica dei paesani. Anche se venne concesso il fonte, in compenso il prete del Cardoso era tenuto, ogni anno, a recarsi a Pruno, il sabato santo, per la benedizione del fonte e a partecipare ad altre feste religiose.

L'altare attuale, che si vede tuttora nel presbiterio, è datato 1789 e fu donato, secondo una nota, dai Capi famiglia del Cardoso e Malinventre, così come il fonte battesimale, situato “(...) e precisamente in fondo al campanile”. L'attuale campanile non è inserito nel corpo di fabbrica delle chiesa, ma si trova separato, al di là della strada che lambisce la facciata. Inoltre, venne iniziato nel 1745 ma ultimato solo nel 1863. Nel periodo di oltre cent'anni che intercorre tra le due date, esisteva invece un altro campanile, inserito all'ingresso della navatella sinistra della chiesa. Il fonte battesimale di cui si parlava poc'anzi, venne dunque collocato nella navatella sinistra, “in fondo” a quel campanile che poi fu abbattuto nel corso dei lavori di restauro, rimodernamento e ampliamento della chiesa effettuati verso il 1842, quando venne trasferito in un altro posto, sempre sulla navatella sinistra, l'altare di Santa Maria Maddalena. Il fonte, scolpito da Donato Benti, costituisce un'opera di gran pregio storico e artistico: è realizzato in marmo statuario e ha forma di tempietto esagono con la solita cupola a squame, sormontata dalla statua del Battista. I pannelli hanno ciascuno, in bassorilievo, un episodio della vita di Cristo, disposti come segue: la Crocifissione, il Cristo alla Colonna, fra due sgherri, la Resurrezione, l'Incredulità di San Tommaso, il Cristo con la Croce e il Calice. Sostiene il monumento una base, posata sopra sei mensole, cui segue il collo del piedistallo, il tutto ricco di begli ornati (descrizione del pittore Giuseppe Viner pubblicata su Numero Unico redatto in occasione dell'arrivo del tram a Pontestazzemese nel 1922). L'opera fu realizzata, in un primo momento, per la Chiesa dei Frati di S. Agostino in Pietrasanta, e fu alienata probabilmente nel 1646, anno in cui venne rinnovato l'altare maggiore della chiesa monastica di S. Agostino. L'acquisto del fonte da parte della Chiesa di Cardoso e la sua erezione sono collocabili intorno al 1804 perché è di quell'anno la nota in cui si dice che i capi di famiglia tenuti a contribuire, come si è detto in precedenza, e perché in quell'anno i membri della Compagnia del SS. Sacramento sono chiamati ad assistere alla cerimonia.

Da segnalare, sempre nella Chiesa di Cardoso, la bella pala con “La Vergine e i santi Ansano, Nicola e Rocco adoranti il Volto Santo”, attribuibile con molte cautele al pittore Cosimo Gamberucci, purista arcaicizzante allievo di Santi di Tito, vissuto fino al 1621. Un recente restauro, invece, ha rivelato la sigla “FMF” e la data “1636”, suggerendo la possibilità che l'autore altri non sia che il massese Filippo Martelli.

Nell'edifico sacro è ricordata anche l'alluvione del 1996, sia da da una scultura di Mario Salvatori, sia da una lapide con i nomi delle Vittime, collocata e benedetta ad un anno dall'evento dall'Arcivescovo di Pisa Mons. Alessandro Plotti alla presenza di Don Danilo D'Angiolo.

MONUMENTO AI CADUTI

Il monumento in memoria ai caduti di Cardoso è rappresentata da una statua raffigurante la “Vittoria alata” avente simboli guerreggianti – spade – in marmo, collocata all'apice d'una colonna vicino alla Chiesa del paese dedicata a S. Maria Assunta. L'opera risulta antecedente alla prima guerra mondiale, ma adibita a monumento nel 1922. Le lapidi poste alla base contengono, oltre la scritta Ex combattenti e popolo ai loro Caduti 1915-18 1940-45, solo una parte dei nomi dei Caduti 1940-45, a causa della parziale distruzione dall'alluvione del 19 giugno 1996.

I SENTIERI

ITINERARIO TURISTICO “LA VIA CELTICA”: ORZALE – PRUNO – VOLEGNO

Il percorso parte da Orzale, antico borgo di Cardoso dove veniva coltivato l'orzo. Da qui costeggiamo il borgo e imbocchiamo la valle del Canal Deglio, ricca di cave ancora produttive. Alla sinistra del percorso si possono scorgere le cave di Pietra del Cardoso, una pietra basica usata anticamente per solai e caminetti e oggi apprezzata e famosa a livello internazionale per le sue caratteristiche refrattarie. La cava nei pressi del borgo di Orzale fu aperta nel 1561 e il materiale estratto fu utilizzato per secoli dalla Magona granducale. Continuando lungo il sentiero arriviamo al Mulino detto “Del Frate” che, vista la posizione, anticamente sfruttava la forza dell'acqua del Canal Deglio e che oggi è strumento didattico per le scuole durante la macinatura delle castagne. Pochi metri più avanti ci imbattiamo nel ponte romano, di origine medievale, danneggiato dall'alluvione del 19 giugno 1996. Dopo il ponte e le vicine pozze di abbeveratoio si incontrano vari metati per l'essiccazione delle castagne. A sinistra scorgiamo le cave di pietra del Cardoso, presenti sotto l'abitato di Pruno, e proseguiamo su una via di lizza anticamente pertinenza delle cave. In seguito, entriamo proprio dentro l'antica struttura medievale di Pruno, dove è possibile ammirare la chiesa romanica di S. Niccolò e l'antico campanile. Lasciamo indietro l'abitato di Pruno e immergiamoci nei boschi di castagno, incontrando di nuovo un metato, datato 1849 e ancora attivo, e infine raggiungiamo Volegno.

ESCURSIONI APUANE VERSILIESI

Cardoso è il punto di partenza ideale per una serie di escursioni nelle Apuane versiliesi. In poco più di un'ora si può raggiungere il rifugio dell'U.O.E.I di Pietrasanta “La Fania” (900 metri ca. s.l.m.), dove è possibile ammirare il monumentale esemplare tricentenario di faggio che dà il nome alla località. In altri quaranta minuti, percorrendo il sentiero 124, si può arrivare al rifugio Cai del Freo di Mosceta (1180 metri s.l.m.) e da lì, in un'ora e mezzo, portarsi alla vetta della Pania della Croce (1859 metri s.l.m.) oppure, in quaranta minuti, sul Corchia (1677 metri s.l.m.).

Per gli amanti di percorsi più impegnativi la vetta della Pania può essere raggiunta seguendo il sentiero 125 anche dalla Foce di Valli (1266 metri s.l.m.) e dalla Costa Pulita. Sopra il paese svetta la doppia piramide del Forato, il cui enorme foro è raggiungibile direttamente grazie al sentiero 12, che passa proprio nel mezzo della grande cavità naturale e raggiunge la vetta a quota 1223 metri s.l.m.

Una buona sentieristica permette di arrivare agevolmente sia alla Foce di Petrosciana (961 metri s.l.m.) che a quella delle Porchette (982 metri s.l.m.), da cui con poca difficoltà si sale sulle vette del Croce (1314 metri s.l.m.) e del Nona (1279 metri s.l.m.). Si raggiunge facilmente anche il rifugio Cai Forte dei Marmi (868 metri s.l.m.), da cui si ascende al Procinto (1147 metri s.l.m.) e al Matanna (1317 metri s.l.m.).

LEGGENDE

LEGGENDA DEL MONTE FORATO: S.PELLEGRINO E IL DIAVOLO

S. Pellegrino viveva sull’Appennino, di fronte alle Apuane. Non aveva casa, perché dormiva nel tronco cavo di un albero. Non lavorava, perché aveva bisogno soltanto d’acqua e si nutriva di poche erbe e di qualche radice. Tutto il giorno pregava e faceva penitenza. Il Diavolo, infastidito dalla sua presenza, s’inferociva ogni volta che cantava laudi, oppure snocciolava il rosario e soprattutto quando costruiva delle enormi croci di faggio che poi andava ad innalzare qua e là per la montagna.

Il Diavolo voleva scacciare Pellegrino da quelle terre. Dapprima cercò d’impaurirlo mutandosi in un drago spaventoso, con viscide squame e narici infuocate. Il Santo neppure si mosse alla vista di quell’orribile creatura. Poi cercò di tentarlo trasformandosi in un’affascinante fanciulla, dai biondi capelli e dal seno procace. Il Santo neppure si mosse alla vista di quella meravigliosa creatura.

Il Diavolo perse allora la pazienza e decise di presentarsi di persona con tutto il suo terribile aspetto. Appena di fronte a Pellegrino gli rifilò un gran ceffone che lo fece rigirare per tre volte, prima di tramortirlo a terra. Il signore degli inferi rise tracotante dalla soddisfazione di aver impartito una sonora lezione al povero eremita.

Finalmente – pensò il Maligno – avrebbe smesso di piantare croci e biasciare orazioni.

Pellegrino si alzò dopo un po’ con fatica e, benché minuto e inerme, ricambiò subito

il ceffone con tutta la forza che aveva in animo e in corpo. Fu tanta la potenza impressa che il Diavolo volò sopra la valle del Serchio e sbatté la testa contro le Panie. Neppure le montagne ce la fecero a trattenerlo. L’orribile essere finì la corsa in mare, tra Viareggio e la Versilia. Nel punto esatto attraversato dal Diavolo, c’è una montagna delle Apuane che porta una grande apertura alla sua sommità. Lo schiaffo di San Pellegrino ha dato origine al Monte Forato.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • AA.VV., Abitare la memoria. Turismo in Alta Versilia, Lucca, Comunità Montana, 2007.

  • Giannelli, Giorgio Almanacco Versiliese, Edizioni Versilia Oggi, 2001, vol. 1 (vedi voci “Cardoso”, “Chiese e oratori”)

  • Paolicchi Costantino, Cardoso. Una comunità millenaria alla ricerca del proprio futuro, BCC, 1998.

LINK UTILI

www.il-cardoso.it

 


 

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