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Altissimo

Altezza: 1589 m s.l.m.

Lo sfruttamento marmifero del monte comincia nell'ottobre del 1484 quando i seravezzini, per liberarsi del predominio esercitato da Pietrasanta, decisero di fare atto di sottomissione alla signoria fiorentina. Una volta passato in dotazione ai parenti dell'allora pontefice Leone X, Michelangelo fu mandato in Versilia per ricavarne del marmo per la facciata di San Lorenzo a Firenze. Lo scultore però non voleva venire in Versilia perchè era legato ad Antonio Alberico marchese di Malaspina, signore di Carrara e proprietario delle cave apuane. Obbedendo al Papa avrebbe perduto la percentuale dei carrarini, inoltre a Seravezza non c'era una strada che portava alle cave e c'era da costruirla perdendo tempo prezioso. Michelangelo dovette quindi aprire la strada per condurre i marmi alla marina dov'è oggi il Forte dei Marmi, affidando l'incarico a Donato Benti.

Il primo ad utilizzare i marmi dell'Altissimo fu il Giambologna, seguito dal Danti e da Francesco Moschino. Molte opere vennero inviate dai Medici alle regge ed ai palazzi dei regnanti in diversi stati d'Europa. Interessati alle escavazioni furono anche Bartolomeo Ammannati e Giorgio Vasari, questi impegnato in quel momento alla fabbrica del corridoio che doveva unire Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti.

Il marmo dell'Altissimo conminciò a divenire materiale prezioso anche per gli scultore e scalpellini locali.

Il 28 febbraio 1820, il dottore Marco Borrini riuscì ad ottenere in proprietà dalla comunità di Seravezza un appezzamento di terra sul monte. Per riaprire la strada verso le cave l'imprenditore riuscì ad ottenere dal governo granducale un finanziamento di 24 mila lire da impegnare anche nella messa in produzione dei giacimenti marmiferi. L'anno successivo segnò il fortunato incontro tra il Borrini e Jean Baptiste Alexandre Henreaux, ex ufficiale napoleonico che a Carrara rappresentava il governo francese negli acquisti del settore marmifero. I due determinarono la definitiva ripresa dell'attività delle cave dell'Altissimo. La posizione di Borrini all'interno della società si indebolì al punto di vendere tutta la sua parte all'ex ufficiale. Alla morte del fondatore dell'Henreaux (1843) non avendo eredi, gli successe il figlio adottivo Bernardo Sancholle Henreaux. Alcuni anni dopo venne sottoscritto un contratto con la Imperiale Regia Commissione Russa per la fornitura dei marmi destinati a decorare l'interno della cattedrale di S. Isacco a Pietroburgo che fruttò 2 milioni di lire dell'epoca. Da quell'epoca la cava da cui vennero estratti i blocchi spediti via mare a Pietroburgo venne chiamata la Cava Russa.

Nel 1863 la Società Anonima dell'Altissimo venne messa in liquidazione con il licenziamento di tutti gli impiegati e degli operai dipendenti. Tale dichiarazione fu solo un espediente: nel 1870 Sancholle chiese al tribunale di Lucca la vendita coatta dell'Altissimo al punto che la questione divenne un problema politico. Sul mercato c'era, dal 1872, la Société Finacière de Paris, un gruppo di capitali francesi ed italiani il cui rappresentante a Seravezza, Teofilo Bernex, assunse l'impegno di vendere alla Società d'Arni importanti beni nel territorio dei comuni di Seravezza, Stazzema e Vagli di Sotto.

Furono due dei quattro figli di Bernard, Roger e Margherita, ad appianare le ultime pendenze rimaste aperte con la comunità seravezzina con la definitiva acquisizione di tutte le cave dell'Altissimo all'Henraux, il cui atto d'accordo porta la data del 1885.

Con l'arrivo del treno a Querceta nel gennaio 1862 e con la costruzione del ponte di carico di Forte dei Marmi nel 1877, il marmo poté prendere più agevolmente le vie del mondo e nell'arco di pochi anni la produzione raddoppiò.

Grande fu lo sviluppo dell'Henreaux sull'Altissimo tra la prima guerra mondiale ed il ventennio fascista, durante il quale i marmi furono utilizzati nei monumenti e nelle case littorie. Dal settembre 1944 all'aprile 1945 i lavori si fermarono completamente a causa dell'occupazione tedesca e dello scontro con gli alleati. In quel periodo l'Altissimo divenne un punto di riferimento strategico essendo diventato punto di transito clandestino tra Azzano, nelle mani degli Alleati, ed Antona controllata dai partigiani, a due passi dalle forze armate tedesche.

Dopo una crisi durata fino al 1957 con l'avvento di Erminio Cidonio si ebbe un periodo di vero e proprio rinascimento. Sull'Altissimo venne addirittura completata la strada lasciata incompiuta da Michelangelo e ripresa da Cosimo I. Simbolica in quel periodo la presenza dello scultore inglese Henry Moore.

I SENTIERI

ITINERARIO GEOLOGICO: SERAVEZZA - CAVA LA MOSSA VERSO IL MONTE ALTISSIMO

Da Seravezza si segue la via Michelangelo in direzione Riomagno (dove la strada prende il nome di Via Monte Altissimo) lungo il torrente Serra per circa dieci minuti. Dopo un tornante abbastanza stretto e ripido si giunge ad un bivio. Mantenendosi sulla strada principale si raggiunge Azzano, imboccando la strada sulla sinistra (non ci sono indicazioni) si parcheggia l’auto e si prosegue lungo una strada sterrata e dissestata (percorribile solo con un mezzo fuoristrada). In circa dieci minuti si raggiunge la ex casa dei guardiani delle cave Henraux, subito dopo la quale la strada è interrotta da una sbarra. Dopo altri venti minuti di cammino si arriva al piazzale della cava ‘La Mossa’ con la Madonna del Cavatore e la grotta con la ‘polla’ o fonte del fiume Serra (purtroppo coperta da un ravaneto). Da qui si prosegue verso la Tacca Bianca in circa 40 minuti.

Seguendo questo itinerario la Mossa è la prima di una serie di cave dell’Altissimo, tra cui la Fitta, la Macchietta, la Tacca Bianca oggi ormai chiuse e raggiungibili con un sentiero difficile e faticoso.

ITINERARIO GEOLOGICO: DA AZZANO ALL'ALTISSIMO

Dalla piazza principale del paese di Azzano si imbocca la strada sulla sinistra dalla quale si diparte una scalinata. Si sale, dopodiché si prosegue lungo il sentiero all’ombra dei castagni. Dopo circa un’ora di cammino si arriva ad un bivio. Da qui si può scendere verso Giustagnana o salire per circa un’ora oltre il castagneto lungo il sentiero che conduce alle cave.

Eventuali pullman devono essere ad un solo piano e non deve superare i 10mt. di lunghezza

ITINERARIO GEOLOGICO: SERAVEZZA – CAVE CERVAIOLE

Da Seravezza si raggiunge la località Tre Fiumi, da dove si prosegue a piedi lungo la strada privata che, dopo 1 ora e 15’ minuti circa, ci conduce alla Cava delle “Cervaiole”, di proprietà della Henraux, una ditta che in passato ha avuto un ruolo molto importante per lo sviluppo dell’industria marmifera della Versilia. Le Cervaiole sono forse le cave più suggestive dell’Altissimo da dove si gode uno straordinario panorama; qui osserveremo le diverse tecniche di lavorazione: a cielo aperto e in galleria. Da qui si prosegue a piedi lungo la comoda strada privata che giunge in vetta al monte altissimo (circa 45 minuti)

LA VETTA: PARTENZA ARNI – LOCALITÀ LE GOBBIE

Sentieri CAI n.° 33 e 143.

L’intero itinerario richiede sulle 4 h. di percorrenza.

Parcheggiata l'auto nel grande piazzale del Ristorante Le Gobbie, in località Le Gobbie (Arni) si attraversa la strada e ci si inoltra lungo il Canale di Giancona per il sentiero CAI n. 33, seguendo il tracciato di una vecchia mulattiera di guerra. Il sentiero incrocia la marmifera diretta alla cava del Fondone, la attraversa e con un'erta salita nel bosco ci conduce in circa 1 h. al Passo degli Uncini, quota 1380: questo passo, così come la cresta montuosa che lo precede e che lo segue, è così chiamato per il crinale frastagliato formato da una serie di guglie dolomitiche ed è il punto terminale della lunga cresta formata dai monti Folgorito, Carchio e Focoraccia; dal Passo ci possiamo affacciare sullo scosceso versante marino che impressiona per l'estrema pendenza.

Al passo degli Uncini si abbandona il sentiero CAI n. 33 e, sulla sinistra, si imbocca il sentiero CAI n. 143 che aggira il monte sul lato sud (prestare attenzione per l'elevata pendenza) per sbucare poi a un'antecima e quindi alla vetta con 1 h. di cammino dagli Uncini e 2 h. dalle Gobbie; per i più esperti è possibile, dagli Uncini, effettuare la salita seguendo il filo di cresta con un percorso più esposto ma, senza dubbio, molto più panoramico. Dalla vetta dell'Altissimo (m. 1589) in panorama circolare è immenso e straordinario, data la posizione centrale della montagna nella catena apuana: tutte le cime delle Apuane ci appaiono nella loro bellezza, dal Sagro fino al Prano e, nelle giornate più limpide, lo sguardo si può spingere fino alla Corsica, alle isole dell'Asrcipelago Toscano e alle Alpi Liguri. Lasciata la vetta, ci dirigiamo lungo la cresta sud-est, sempre sul sentiero CAI n. 143, lungo un sentiero che ogni tanto ci permette di affacciarci sugli impressionanti strapiombi meridionali e che, superando alcune postazioni della Linea Gotica, ci fa pervenire in una mezz'ora al Passo del Vaso Tondo (m. 1380), così chiamato perché dalla Versilia si presenta come una caratteristica svasatura.

Da qui, sempre seguendo il sentiero CAI n. 143, scendiamo lungo un sentiero a gradini che ci porta ad incontrare una vecchia via di lizza che conserva ancora interessanti manufatti. Dal Passo del Vaso Tondo in 40 minuti sbuchiamo sul piazzale della cava del Fondone, quota 1223: da qui andiamo a sinistra lungo la marmifera che ci riporta ad incrociare il Canale di Grotta Giancona e, quindi alle Gobbie in circa 3 minuti di cammino.

L'Altissimo, a dispetto del nome, misurando solo 1589 metri è fra le più basse cime delle Apuane, ma è quella che dal litorale tirrenico appare più maestosa, con il versante sud che cade verticale per quasi 700 m.

La sua immensa mole domina la valle del torrente Serra a sud mentre a nord è meno scosceso e presenta salti di roccia verticale immersi in boschi di faggio: la figura della montagna, a suo tempo, affascinò anche Gabriele D'Annunzio che la paragonò alla Nike greca: "La cruda rupe che non dà mai crollo, o Nike, il tuo ventoso peplo effigia. La violenza delle tua vestigia eternamente anima il sasso brollo", così canto la montagna il famoso poeta. L'Altissimo destò grande impressione anche in Michelangelo che si inerpicò sulle sue pendici in cerca del marmo statuario necessario per le sue sculture, ma che, contrariamente a quanto si ritiene, non ebbe possibilità di estrarre.

Solo verso la fine del '500 il marmo statuario cominciò ad essere estratto dalla montagna e le cave si spinsero sempre più in alto seguendo la vena marmifera, addirittura oltre il 900 m. come per la cava della Tacca Bianca, scavata nel ventre del monte, e la cui apertura era raggiungibile solo per mezzo di un aereo sentiero molto pericoloso realizzato con tavolacci di legno e sospeso nel vuoto e chiamato appunto "Sentiero dei tavoloni". In seguito l'attività estrattiva fu spostata sotto il Picco di Falcovaia dove fu aperta la Cava delle Cervaiole, una delle più grandi di tutte le Apuane e dalla quale si ricava un marmo arabescato di grande pregio e cui immenso ravaneto è visibile da tutta la costa versiliese. L'itinerario per raggiungere questa montagna ha inizio dal Bar Ristorante "Le Gobbie" (ex Casa Henrax) situato a 1037 di altezza s.l.m. sotto il Passo del Vestito sulla strada che da Arni conduce alla Galleria del Pelato e, da qui, a Massa.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Giannelli, Giorgio Almanacco Versiliese, Edizioni Versilia Oggi, 2001, vol. 1 (vedi voci “Altissimo”).

 


 

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